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Bab el-Mandeb: il rischio invisibile mentre il mercato guarda altrove
C’è una tendenza ricorrente nei mercati: concentrarsi su ciò che è immediatamente misurabile, trascurando ciò che è strutturalmente rilevante.
È esattamente ciò che sta accadendo oggi.
L’attenzione globale — mediatica, politica e finanziaria — è rivolta allo Stretto di Hormuz, considerato da sempre il termometro delle tensioni energetiche mondiali. E a ragione: Hormuz è il punto in cui si determina, quasi in tempo reale, il prezzo dell’energia.
Ma proprio mentre tutti guardano lì, un altro snodo sta lavorando — in modo più silenzioso ma potenzialmente più insidioso — sulle fondamenta del sistema: lo Stretto di Bab el-Mandeb.
Un passaggio apparentemente periferico
Geograficamente, Bab el-Mandeb è uno stretto di poche decine di chilometri che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden, rappresentando il naturale prolungamento del Canale di Suez verso l’Oceano Indiano.
Una geografia che potrebbe apparire marginale, se non fosse che da lì transita una parte rilevante dei flussi commerciali tra Asia ed Europa.
E qui emerge il primo elemento distintivo: Bab el-Mandeb non è un nodo settoriale, ma un’infrastruttura sistemica.
Attraverso questo passaggio non si muove soltanto energia, ma l’intera architettura del commercio globale:
- petrolio e prodotti raffinati
- gas naturale liquefatto
- componentistica industriale
- beni di consumo
- tecnologia e semiconduttori
- materie prime
Non è, quindi, un semplice choke point energetico. È il punto in cui la logistica globale si condensa.
Il rischio che non fa rumore
Il mercato è abituato a reagire a eventi binari: apertura o chiusura, shock o normalità.
Ma Bab el-Mandeb introduce una dinamica più sofisticata, e per questo più difficile da prezzare: l’attrito.
Non serve un blocco completo per generare effetti rilevanti.
È sufficiente una sequenza di tensioni intermittenti — attacchi isolati, escalation regionali, aumento del rischio percepito — per innescare una reazione a catena:
- rialzo dei premi assicurativi sulle rotte
- deviazioni delle navi verso percorsi alternativi
- congestione nei porti e nelle catene logistiche
- aumento progressivo dei noli marittimi
Quando le rotte vengono deviate e le navi circumnavigano l’Africa passando dal
Capo di Buona Speranza,
il sistema non si ferma. Ma diventa meno efficiente.
E nei sistemi complessi, è proprio la perdita di efficienza a rappresentare il vero costo.
Dalla logistica all’inflazione: il meccanismo di trasmissione
A differenza di quanto accade nello Stretto di Hormuz, dove l’effetto si manifesta in modo diretto sul prezzo del petrolio, Bab el-Mandeb opera lungo una catena di trasmissione più lunga e articolata.
L’impatto non è immediato, ma progressivo.
Inizia con il trasporto, si estende alla produzione e si riflette, infine, sui prezzi al consumo.
Le imprese si trovano a gestire:
- tempi di approvvigionamento più lunghi
- costi logistici più elevati
- maggiore incertezza nella pianificazione
Una parte di questi costi viene assorbita, comprimendo i margini.
Un’altra viene trasferita a valle, alimentando una forma di inflazione meno evidente ma più persistente.
È un’inflazione che non nasce dalla domanda o dall’energia, ma dalla frizione del sistema.
Perché viene sottovalutato
La ragione è, in fondo, comportamentale.
Hormuz offre al mercato una metrica chiara: il prezzo del petrolio.
Bab el-Mandeb no.
Non esiste un indicatore sintetico che catturi immediatamente il suo stato di stress.
Il suo impatto è distribuito, frammentato, diluito nel tempo.
E ciò che non è facilmente misurabile tende a essere sottopesato nei modelli di valutazione.
Ma è proprio in questa asimmetria che si genera il rischio — e, per chi lo sa leggere, anche l’opportunità.
Una chiave di lettura per i mercati
Ridurre il confronto tra i due stretti a una questione di importanza relativa sarebbe un errore.
Si tratta, piuttosto, di comprenderne la natura:
- lo Stretto di Hormuz è un interruttore
- lo Stretto di Bab el-Mandeb è una leva
Il primo genera shock immediati e visibili.
Il secondo modifica, nel tempo, l’equilibrio del sistema.
Ed è spesso questa seconda dinamica — più lenta, meno evidente — a produrre gli effetti più duraturi su crescita, inflazione e margini aziendali.
Conclusione
Bab el-Mandeb non è il centro della narrazione.
Ma è uno dei punti in cui la narrazione può cambiare.
Non attraverso un evento eclatante, ma attraverso un deterioramento progressivo delle condizioni operative globali.
E nei mercati, come spesso accade, non è ciò che esplode a generare le distorsioni più profonde, ma ciò che si incrina lentamente.
Cosa aspettarsi dal mercato?
Se le tensioni nell’area dovessero persistere:
- la pressione sui costi di trasporto potrebbe diventare strutturale
- alcuni settori industriali potrebbero subire una compressione dei margini
- le catene di approvvigionamento potrebbero rimanere instabili più a lungo del previsto
- potrebbero emergere dinamiche inflattive indirette, meno visibili ma più persistenti
Non un evento di rottura, ma un processo.
Ed è proprio nei processi — non negli shock — che si costruiscono le traiettorie di mercato più rilevanti.