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Tag: Pianificazione patrimoniale

Usufrutto e nuda proprietà: quando scatta la tassazione

Usufrutto e nuda proprietà: quando scatta la tassazione

La recente normativa fiscale ha chiarito un punto importante per chi vende un immobile suddividendo i diritti tra nuda proprietà e usufrutto a favore di due acquirenti distinti:

in questo caso non si applica automaticamente la tassazione come “redditi diversi” per il venditore.

Si paga soltanto se si realizza una plusvalenza (cioè un guadagno) e solo quando ricorrono determinate condizioni temporali.

Con l’interpretazione autentica introdotta dal Decreto Fiscale (Dl 84/2025), in vigore retroattivamente dal 2024, il legislatore ha chiarito come distinguere i casi in cui la cessione di un diritto reale (come l’usufrutto) genera:

  • Redditi diversi → tassati subito, indipendentemente da quanto tempo si è posseduto l’immobile;
  • Plusvalenze → tassate solo se l’immobile è ceduto entro 5 anni dall’acquisto (con alcune eccezioni).

La regola chiave

  • Se il venditore mantiene un qualsiasi diritto sull’immobile, il guadagno rientra nei redditi diversi (tassazione ordinaria IRPEF o IRES).
  • Se invece perde ogni diritto sull’immobile, si parla di plusvalenza (tassata, se dovuta, con imposta sostitutiva del 26% o IRPEF ordinaria).

Esempi pratici

  • Caso 1: vendo solo l’usufrutto ma conservo la nuda proprietà → Reddito diverso, tassazione immediata.
  • Caso 2: vendo sia nuda proprietà che usufrutto a due persone diverse, rinunciando a ogni diritto → si applicano le regole della plusvalenza.

Vendita dell’intero immobile da parte di persona fisica (non imprenditore)

Se vendi un immobile per intero (quindi cedi ogni diritto) e:

  • lo hai posseduto per più di 5 anni → nessuna tassazione (art. 67, comma 1, lett. b) TUIR);
  • lo hai ereditato → nessuna tassazione, anche se venduto prima dei 5 anni;
  • è stato la tua abitazione principale (per te o per i familiari) per la maggior parte del periodo tra acquisto e vendita → nessuna tassazione, anche se prima dei 5 anni.

Pagheresti invece imposte (plusvalenza) se:

  • vendi entro 5 anni dall’acquisto,
  • non rientri nelle eccezioni sopra.

In tal caso, la plusvalenza è tassata con IRPEF ordinaria o, se lo chiedi al rogito, con imposta sostitutiva del 26%.

In sintesi

Se vendi l’intero diritto su un immobile, anche frazionandolo tra più acquirenti, la tassazione segue le regole della plusvalenza.

  • Se mantieni una parte del diritto, il guadagno è trattato come reddito ordinario e tassato subito.
  • Nei casi di vendita entro 5 anni, senza eccezioni, la plusvalenza è imponibile.
  • In operazioni complesse, una valutazione preventiva con un consulente può evitare sorprese fiscali.
Certificati di investimento: cosa sono, come funzionano e come sceglierli

Certificati di investimento: cosa sono, come funzionano e come sceglierli

Negli ultimi anni i certificati di investimento sono diventati sempre più diffusi anche tra i risparmiatori privati. Si tratta di strumenti finanziari versatili, in grado di adattarsi a diversi obiettivi e profili di rischio, che combinano caratteristiche tipiche delle azioni, delle obbligazioni e delle opzioni.

Che cosa sono i certificati

In termini tecnici, i certificati sono derivati cartolarizzati, ovvero contratti finanziari “impacchettati” all’interno di un titolo negoziabile sui mercati, proprio come un’azione. Sono emessi da banche o altre istituzioni finanziarie, che si impegnano a rispettare le condizioni indicate nel prospetto informativo, ossia il documento che ne descrive funzionamento, rischi e scenari possibili.

Ogni certificato può includere componenti differenti, tra cui:

  • esposizione al rialzo e/o al ribasso di un sottostante (come un’azione, un indice o una materia prima);
  • distribuzione di cedole periodiche (coupon);
  • possibilità di rimborso anticipato;
  • protezione totale, parziale o condizionata del capitale;
  • premi aggiuntivi a scadenza.

Questa flessibilità permette di creare combinazioni molto varie di rendimento e rischio, ma comporta anche la rinuncia ai dividendi distribuiti dal sottostante durante la vita del certificato.

Come funzionano

Acquistare un certificato equivale, di fatto, a investire in una combinazione di opzioni finanziarie (contratti che danno il diritto di comprare o vendere un sottostante a un prezzo stabilito). Alcune di queste opzioni sono “standard” (plain vanilla), altre “esotiche”, cioè con clausole particolari. Tra le più diffuse ci sono le barrier option, che proteggono il capitale finché il sottostante non scende sotto una determinata soglia (“barriera”).

Un esempio tipico è il Bonus Certificate: offre un rendimento minimo a scadenza, a patto che il sottostante non tocchi la barriera prefissata. Se la barriera viene superata, la protezione svanisce e il certificato seguirà fedelmente l’andamento del sottostante.

I vantaggi dei certificati

Tra i principali punti di forza:

  • possibilità di accedere a strategie sofisticate con un solo strumento;
  • quotazione su mercati regolamentati (in Italia SeDeX ed EuroTLX);
  • presenza di un market maker che garantisce liquidità;
  • ampia gamma di sottostanti e strutture di rendimento;
  • fiscalità semplificata rispetto ad altri strumenti.

Come sceglierli

L’acquisto di un certificato segue in genere cinque fasi:

  1. Individuare la propria visione di mercato (rialzista, ribassista o neutrale) su una determinata asset class.
  2. Selezionare il sottostante (es. singole azioni, indici azionari, materie prime).
  3. Definire il rendimento atteso e la tolleranza al rischio.
  4. Scegliere la tipologia di certificato più adatta, valutando parametri come scadenza, barriere, cedole e possibilità di rimborso anticipato.
  5. Monitorare e riequilibrare se si possiedono più certificati in portafoglio.

Le principali tipologie

L’Associazione Italiana Certificati e Prodotti di Investimento (ACEPI) classifica i certificati in quattro macro-categorie:

  1. A capitale protetto – garantiscono il rimborso del capitale a scadenza (se acquistati in collocamento e detenuti fino alla fine).
  2. A capitale condizionatamente protetto – protezione valida solo se non viene superata una determinata barriera.
  3. A capitale non protetto – replicano l’andamento del sottostante senza garanzie di rimborso.
  4. A leva – amplificano i movimenti del sottostante, sia al rialzo che al ribasso.

All’interno di ciascuna categoria esistono ulteriori varianti, come i certificati autocallable (rimborso anticipato in certe condizioni), short (guadagno in caso di ribasso del sottostante) o quanto (protezione dal rischio di cambio).

Le variabili che influenzano il prezzo

Il valore di un certificato può variare nel tempo in funzione di diversi fattori:

  • Volatilità: più il sottostante è volatile, maggiore sarà il prezzo di alcune tipologie di certificati, ma per quelli con barriere elevate la volatilità può ridurne il valore.
  • Tempo: il passare dei mesi influisce sul prezzo, soprattutto se il certificato include opzioni sensibili alla scadenza.
  • Tassi di interesse: possono incidere sulla componente opzionale del certificato.
  • Dividendi: non incassati direttamente dall’investitore, ma utilizzati per strutturare il prodotto.
  • Correlazione tra più sottostanti: in caso di “basket” di titoli, minore correlazione significa maggiore diversificazione e minore volatilità complessiva.

Conclusioni

I certificati di investimento rappresentano una soluzione flessibile per chi cerca strumenti in grado di adattarsi a diversi scenari di mercato, offrendo potenzialmente protezione del capitale o rendimenti condizionati. Tuttavia, la loro struttura può essere complessa e richiede comprensione delle clausole, consapevolezza dei rischi e valutazione attenta dell’emittente, poiché il rimborso dipende anche dalla sua solidità finanziaria: in caso di fallimento, l’investitore potrebbe perdere interamente il capitale investito.

Non sono prodotti “per tutti”, ma, se scelti e gestiti correttamente, possono diventare un tassello interessante in un portafoglio ben diversificato.

Andy Warhol: icona del Pop Art e scelta da investimento

Andy Warhol: icona del Pop Art e scelta da investimento

Andy Warhol è stato un artista rivoluzionario, noto per la sua capacità di trasformare immagini di cultura popolare — come Campbell’s Soup Cans e Marilyn Diptych (1962) — in capisaldi dell’arte contemporanea. La sua notorietà e rilevanza culturale continuano ad attrarre collezionisti e investitori globalmente, rendendolo un artista “blue‑chip” nel mercato dell’arte.

Trend passati: una salita costante, segnali di volatilità

Sin dalla sua morte nel 1987, il valore delle sue opere ha mostrato una tendenza in crescita, con ogni altalenante “picco” che superava quelli precedenti.

Un punto di riferimento storico è l’Eight Elvises, venduto per $100 milioni nel 2008.

Record successivi includono Silver Car Crash (Double Disaster), venduto per $105 milioni nel 2013, e il celebre Shot Sage Blue Marilyn, venduto per $195 milioni nel 2022 — il prezzo più alto mai pagato per un artista americano.

I valori medi dal 2013 si aggiravano intorno al milione di dollari.

Il mercato delle stampe ha registrato un forte picco nel 2022 (circa £61,1 m), seguito da un calo significativo nel 2024 (circa £36,5 m, ‑40 %).

Tuttavia, sul medio e basso segmento (sotto £30,000) si registrava nel 2024 una quota importante — circa 59% delle transazioni — e tra £30k‑50k rappresentava ancora il 13%.

Situazione attuale (metà 2025): stabilità nel segmento medio‑basso

Le “mid-tier” — opere tra $50 000 e $250 000 — risultano particolarmente appetibili per chi cerca accessibilità senza rinunciare a solidità “blue‑chip”.

Il mercato delle stampe a livello globale mostra resilienza anche nel 2025, nonostante timori legati a possibili cambi fiscali negli Stati Uniti che potrebbero frenare il segmento $100k‑$1 M.

In più, secondo Art Basel & UBS, le vendite di opere sopra i $10 M sono diminuite, mentre la fascia tra $1‑10 M e quella sotto i $50 k sono cresciute in quota di mercato.

Tra le novità, un ritratto digitale di Debbie Harry realizzato su Commodore Amiga (1985) è riemerso in una collezione privata e potrebbe valere milioni, dimostrando come la dimensione digitale di Warhol stia acquisendo valore.

Prospettive future: prudenza e diversificazione

Il mercato di Warhol resta attraente e “liquido” (in particolare nel segmento medio‑basso), benché i massimi livelli siano meno dinamici rispetto al passato.

Investire in stampe — soprattutto edizioni limitate, proof, trial proofs o complete sets — può offrire buon potenziale di crescita, offrendo al contempo una soglia di accesso più ragionevole.

Inoltre, la rarità, l’autenticità e la buona conservazione rimangono fondamentali: Warhol è ampiamente riprodotto, ma per l’investimento è bene puntare su opere certificate, con provenienza nota, preferibilmente firmate o parte di edizioni limitate.

In un contesto economico incerto, l’arte emerge sempre più come asset alternativo robusto, a patto di operare con conoscenza, consapevolezza del mercato e sempre nell’ambito di una diversificazione del patrimonio.

Conclusione

Le opere di Andy Warhol continuano a essere una delle forme d’arte più forti come investimento, grazie alla sua fama consolidata, alla domanda continua e all’ampia gamma di prezzi. Mentre i mega‑prezzi sono meno frequenti rispetto al passato, il mercato rimane vivace soprattutto nelle fasce medie. Investire con saggezza significa orientarsi verso stampe selezionate (trial proofs, edizioni limitate), garantire autenticità e affidarsi a fonti di primaria fiducia.

Quanto basta per vivere sereni? Capire il “costo” di una rendita mensile a partire dalla pensione

Quanto basta per vivere sereni? Capire il “costo” di una rendita mensile a partire dalla pensione

Quando si parla di futuro e pensione, una delle domande più frequenti è:

“Di quanti soldi ho bisogno per avere un’integrazione mensile stabile?”

È una domanda legittima, ma anche più complessa di quanto sembri. Perché tra “avere bisogno” e “avere a disposizione” esiste un passaggio intermedio spesso frainteso: quello delle simulazioni previdenziali.

In particolare, può capitare che venga presentato un numero che dovrebbe rappresentare l’obiettivo di risparmio per ottenere una certa entrata mensile in età avanzata. Ma da dove nasce quella cifra? E soprattutto: è reale, è garantita, è posseduta?

Il valore teorico per ottenere una rendita: un concetto da maneggiare con cura

In ambito previdenziale e assicurativo si utilizzano strumenti di calcolo che stimano quante risorse servirebbero oggi per garantire una determinata entrata periodica in futuro. Si tratta di modelli attuariali, cioè costruzioni basate su previsioni di vita, tassi d’interesse e durata dei pagamenti.

Questa cifra — che potremmo chiamare valore teorico di copertura — non rappresenta un capitale disponibile, ma una stima necessaria per progettare un’integrazione alla pensione.

Esempio: quanto serve per garantirsi 900 euro al mese a partire dai 67 anni

Consideriamo il caso di Paolo, 67 anni, che desidera ricevere 900 euro al mese, a partire da subito, per tutta la vita o, al massimo, fino ai 90 anni.

Si tratta di una rendita vitalizia: verrà erogata ogni mese solo se Paolo sarà ancora in vita. Il piano prevede quindi fino a 276 rate mensili (23 anni × 12 mesi), ma non tutte verranno necessariamente pagate, perché la durata dipenderà dalla sua effettiva longevità.

Se ci limitassimo a moltiplicare i 900 euro per le 276 rate, otterremmo 248.400 euro. Ma questo valore è puramente teorico: non tiene conto del fatto che i pagamenti futuri vanno attualizzati (ovvero scontati per tener conto del tempo) e ponderati per la probabilità che Paolo sia vivo ogni mese.

Utilizzando le tavole di sopravvivenza maschili ISTAT 2024 e un tasso tecnico annuo dell’1%, il calcolo attuariale restituisce un risultato molto diverso: circa 166.700 euro.

Questa è la cifra che oggi servirebbe, secondo le ipotesi utilizzate, per offrire a Paolo la rendita desiderata.

Ma attenzione: non è un patrimonio, né una garanzia

Quella cifra non corrisponde a un “conto in banca” o a una somma già accantonata. È il frutto di una simulazione che serve per pianificare, non per illudere.

Confondere una stima teorica con un capitale reale può generare due errori opposti:

  • Sopravvalutare ciò che si ha, credendo di essere già in sicurezza.
  • Scoraggiarsi davanti a un obiettivo apparentemente irraggiungibile, quando invece può essere costruito passo dopo passo.

Come utilizzare questi numeri in modo utile

In un percorso di pianificazione previdenziale, stimare il valore necessario per ottenere una certa rendita è utile. Ma lo è solo se si chiariscono le ipotesi alla base del calcolo:

  • A quale età inizia la rendita?
  • Quanto dura al massimo?
  • Che tipo di rendita è (vitalizia, certa, reversibile)?
  • Qual è il tasso di attualizzazione usato?
  • Sono inclusi costi, tassazione, rivalutazioni?

Queste variabili possono cambiare notevolmente l’importo necessario. Ecco perché è fondamentale affiancare alla cifra una spiegazione semplice ma rigorosa.

Dal calcolo alla realtà: il ruolo del risparmio concreto

Sapere “quanto servirebbe” è solo il primo passo. Quello che conta davvero è costruire nel tempo un patrimonio reale capace di avvicinarsi a quell’obiettivo. Attraverso strumenti previdenziali, investimenti coerenti, scelte graduali ma costanti.

La stima teorica della rendita serve come bussola. Ma è il capitale effettivo — presente o futuro — a determinare se si potrà davvero vivere con serenità nella terza età.

Successione e Fisco: perché devi pagare l’imposta anche se non hai ancora accettato l’eredità

Successione e Fisco: perché devi pagare l’imposta anche se non hai ancora accettato l’eredità

Ricevere una chiamata all’eredità può sembrare, almeno inizialmente, solo una questione privata e familiare. Ma attenzione: anche il Fisco vuole dire la sua. Infatti, anche se non hai ancora accettato formalmente l’eredità, potresti già essere obbligato a presentare la dichiarazione di successione e a versare le relative imposte.

La posizione della Cassazione: conta la “chiamata”, non l’accettazione

Con l’ordinanza n. 18252 del 2025, la Corte di Cassazione ha ribadito un principio di grande rilievo pratico: ai fini fiscali, non è necessario aver accettato l’eredità per essere tenuti a presentare la dichiarazione di successione e pagare l’imposta.

È sufficiente essere stati chiamati all’eredità, ossia rientrare tra gli eredi designati per legge o per testamento.

Questo significa che:

  • se sei un erede legittimo o testamentario, e
  • se il defunto ha lasciato beni immobili, conti correnti o altri cespiti imponibili,

sei tenuto a presentare la dichiarazione di successione entro 12 mesi dalla data del decesso, e – se dovuta – a versare l’imposta di successione, anche se non hai ancora accettato (o intendi rinunciare).

In parole semplici: quando il Fisco “ti chiama”, devi rispondere

Molti pensano che la dichiarazione di successione sia un adempimento riservato solo agli eredi che accettano l’eredità. In realtà, dal punto di vista tributario, la situazione è diversa: il solo fatto di essere “chiamati” comporta degli obblighi fiscali.

Se non presenti la dichiarazione o non paghi quanto dovuto, rischi:

  • sanzioni amministrative da parte dell’Agenzia delle Entrate,
  • interessi moratori,
  • e possibili problemi futuri in caso di contenzioso o controlli.

Ma se poi rinuncio all’eredità?

Nel caso in cui tu decida successivamente di rinunciare all’eredità, potrai chiedere il rimborso delle imposte eventualmente versate, ma questo richiede tempi, formalità e documentazione.

La rinuncia, peraltro, deve avvenire in modo formale, davanti a un notaio o al cancelliere del tribunale del luogo in cui si è aperta la successione. Finché ciò non avviene, per il Fisco resti a tutti gli effetti un erede potenziale.

Come tutelarsi? Il ruolo della consulenza professionale

La normativa successoria, specie dal punto di vista fiscale, è spesso poco intuitiva. Per questo è fondamentale:

  • valutare attentamente il patrimonio del defunto prima di prendere qualsiasi decisione,
  • verificare le eventuali passività (debiti, mutui, obbligazioni fiscali pendenti),
  • ottenere una consulenza qualificata, per evitare scelte affrettate o omissioni costose.

Un consulente esperto può aiutarti a:

  • stimare correttamente il valore dell’eredità,
  • capire se conviene accettare (magari con beneficio d’inventario),
  • adempiere puntualmente agli obblighi verso l’Agenzia delle Entrate,
  • e, se necessario, impostare correttamente una futura rinuncia o richiesta di rimborso.

Conclusione

Anche quando si tratta di eventi delicati come una successione ereditaria, il Fisco non fa sconti: la chiamata all’eredità comporta obblighi fiscali immediati, anche se la tua decisione finale non è ancora stata presa.

Agire tempestivamente – e con il supporto giusto – è il modo migliore per tutelarsi.

Argento: dal “fratello povero” dei metalli preziosi al fulcro delle rivoluzioni tecnologiche e geopolitiche

Argento: dal “fratello povero” dei metalli preziosi al fulcro delle rivoluzioni tecnologiche e geopolitiche

Nel turbolento scenario economico globale odierno, l’argento sta rapidamente uscendo dall’ombra dell’oro per diventare uno degli asset più strategici e controversi al centro di dinamiche speculative, industriali e geopolitiche. Non è più solo materia prima per gioielli o oggetto di trading marginale sui mercati: l’argento sta diventando protagonista di un cambio di paradigma.

Un metallo, due nature: tra industria e finanza

A differenza dell’oro, che funge principalmente da riserva di valore e asset rifugio, l’argento ha una natura “dual use”, che lo rende essenziale tanto nel comparto industriale quanto in quello speculativo. Le sue proprietà fisiche – conduttività elettrica e termica, malleabilità, resistenza alla corrosione – lo rendono irrinunciabile per diversi settori:
Transizione energetica: è elemento chiave nella produzione di pannelli solari, dove rappresenta fino al 10% del costo dei materiali.
E-mobility: è presente in ogni veicolo elettrico, soprattutto nei circuiti e nei componenti elettronici.
High-tech: serve nella produzione di chip e semiconduttori, rendendolo cruciale per il comparto AI e digitale.

Il mercato sotto pressione: tra domande in crescita e supply limitata

La domanda industriale è in costante crescita e, secondo l’Silver Institute, ha raggiunto nel 2024 un massimo storico di oltre 600 milioni di once, trainata da energie rinnovabili, elettronica di consumo e investimenti in infrastrutture. Tuttavia, l’offerta non tiene il passo.

I principali produttori di argento (2024):

Messico (circa 200 milioni di once)
Cina
Perù
Cile
Australia

I principali importatori:

Stati Uniti
India
Germania
Giappone
Corea del Sud

Molti Paesi ad alta intensità tecnologica e industriale non dispongono di riserve minerarie, rendendo l’approvvigionamento vulnerabile a tensioni logistiche e geopolitiche.

Un mercato manipolato?

Come evidenziato nell’analisi pubblicata da Mauro Bottarelli, l’argento è anche uno dei mercati più manipolati del comparto derivati. Per anni, il prezzo spot è stato compresso artificialmente al di sotto della soglia “psicologica” dei 35 dollari per oncia, considerata una linea Maginot dalle bullion banks per evitare il “re-rating” strutturale dell’asset.

Oggi però, questa barriera è stata infranta: nelle ultime settimane si è registrato un breakout fino a 40 dollari l’oncia, alimentato dalla scarsità di titoli ETF da prestare per posizioni short e da una crescente posizione netta lunga sui future del COMEX. È la fine di una compressione durata decenni?

Geopolitica e narrativa emergente: la carta russa

Un altro elemento di distorsione del mercato è la crescente narrativa secondo cui la Russia starebbe accumulando argento per tamponare gli effetti delle sanzioni occidentali. Dopo aver annunciato nel settembre 2024 di voler diversificare le proprie riserve con metalli alternativi, tra cui proprio l’argento, oggi si punta il dito contro Mosca come presunto artefice del rally.

Il rischio è che si attivi la macchina sanzionatoria o regolatoria contro i mercati dei metalli, con restrizioni alle esportazioni, modifiche ai contratti futures e tentativi di ingegnerizzazione del prezzo. Tutto questo potrebbe però avere un effetto boomerang, spingendo gli investitori verso l’asset proprio a causa delle sue implicazioni “strategiche”.

Analisi storica dei prezzi: un trend ribassista in (possibile) inversione

Storicamente, l’argento ha avuto una volatilità ben maggiore dell’oro. Dopo aver toccato quasi 50 dollari l’oncia nel 2011, in scia alla crisi finanziaria globale e alla politica monetaria ultraespansiva, ha poi subito una lunga fase di ritracciamento.

Negli ultimi anni, tuttavia, la crescente consapevolezza del suo ruolo nell’economia “green” e nella tecnologia, unita a dinamiche di offerta e manipolazioni sempre più evidenti, ha riacceso l’interesse anche degli investitori istituzionali.

Prospettive future: tra nuove regolazioni e domanda esplosiva

Nel medio termine, l’argento potrebbe beneficiare di:
Crescita strutturale della domanda industriale, soprattutto da energia solare, EV e AI.
Tensioni geopolitiche che incentivano l’accumulo di riserve strategiche.
Riduzione delle scorte fisiche e difficoltà di esplorazione mineraria.
Debolezza strutturale delle valute fiat e ritorno alla domanda di asset reali.

Tuttavia, permangono rischi:
Volatilità estrema, spesso amplificata da leva finanziaria e operazioni sui derivati.
Manipolazioni sistemiche, che possono frenare il reale processo di “price discovery”.
Normative emergenziali, come restrizioni sugli ETF o controlli sulle esportazioni.

Conclusioni: un asset da monitorare, non solo per investitori

L’argento non è più solo un metallo prezioso secondario: è un termometro della transizione energetica, della fragilità sistemica dei mercati derivati e della nuova guerra fredda finanziaria. Per chi investe, rappresenta un’opportunità, ma anche un rischio elevato, da valutare attentamente all’interno di un portafoglio ben diversificato.

Lunga vita… ma a che prezzo?

Lunga vita… ma a che prezzo?

Oggi viviamo più a lungo, un’evoluzione positiva. Tuttavia, ogni anno l’inflazione erode discretamente il potere d’acquisto dei nostri risparmi. Queste due tendenze, lento aumento della longevità e inflazione costante, creano insieme una doppia erosione invisibile che può indebolire anche i piani previdenziali più solidi.

La lentezza che logora

  • Un’inflazione media dell’1 % all’anno riduce del ~26 % il potere d’acquisto in 30 anni.
  • Al 2 % l’anno, la riduzione arriva al ~45 %.
  • Al 3 %, siamo al ~64 % di erosione dopo lo stesso periodo.

Nel frattempo, l’aspettativa di vita si allunga: se pensiamo di vivere fino a 90 anni, significa esporre i nostri risparmi a 25 anni di erosione, anziché 20.

Queste due forze, la longevità crescente e l’inflazione, sono interconnesse: più anni vivi, più l’inflazione erode il valore reale dei tuoi risparmi. Questo fenomeno è stato definito come “entropia previdenziale”.

Un esempio concreto: rendita fissa da 1.500 €

Immaginate di avere una pensione non indicizzata di 1.500 € al mese e aspettate di vivere fino a 30 anni. Ecco il potere reale dopo tre decenni:

  • Inflazione annua 1 % → valore reale circa 1.200 €
  • Inflazione 2 % → circa 920 €
  • Inflazione 3 % → solo 670 €

Non solo la cifra nominale rimane fissa, ma dopo 30 anni rischia di diventare insufficiente a coprire le spese essenziali, esattamente quando ne avrete più bisogno.

Il punto debole: nominale ≠ reale

Molti piani pensionistici si fermano all’analisi nominale: “Sì, i soldi bastano fino ai 90 anni”. Ma questa visione ignora un fatto cruciale: quanto quel denaro potrà acquistare in futuro. Un reddito costante oggi può diventare inadeguato in 20–30 anni, quando l’inflazione ha ridotto tante cose: medicinali, bollette, cura quotidiana.

Strategie per difendersi

Per contrastare questa doppia erosione, è fondamentale adottare una strategia previdenziale dinamica:

  • Rendite indicizzate all’inflazione – costose, ma proteggono il potere d’acquisto.
  • Portafoglio “real” – investimenti in azioni, immobili o titoli legati all’inflazione.
  • Decumulo flessibile – prelevi che si adattano alle necessità reali e all’inflazione.
  • Riserva finale dedicata – un fondo specifico per coprire gli ultimi anni di vita.

Queste soluzioni non mirano alla perfezione, ma a mantenere il valore reale del capitale nel tempo.

Una metrica nuova: potere d’acquisto annuo residuo

È insufficiente sapere “se i soldi dureranno fino a 90 anni”. La vera domanda è:

“Quanto potrò continuare a comprare ogni anno, fino a 90 o 95 anni?”

Serve una metrica integrata tra durata della vita e valore reale del denaro, il cosiddetto potere d’acquisto annuo residuo. Questa misura risponde alla domanda: “Quei soldi manterranno la loro funzione anche negli anni più avanzati?”.

In conclusione

  • La longevità crescente espande l’orizzonte temporale da coprire.
  • L’inflazione erode gradualmente il valore dei risparmi.
  • Un piano previdenziale sostenibile deve coniugare durata reale e valore protetto nel tempo.

Non si tratta solo di vivere a lungo, ma di vivere bene e con autonomia. Un obiettivo che richiede consapevolezza, strumenti adeguati e una pianificazione previdenziale all’altezza del tempo che davvero vivremo.

Cos’è il VIX, l’“Indice della Paura”?

Cos’è il VIX, l’“Indice della Paura”?

Un indicatore chiave per capire l’umore dei mercati

Nel mondo della finanza esistono indici che misurano la performance, altri che anticipano le tendenze economiche e altri ancora che svelano il sentiment degli investitori. Il VIX, noto anche come “indice della paura”, appartiene proprio a quest’ultima categoria. È uno strumento utile per comprendere quanto nervosismo — o fiducia — aleggi sui mercati azionari.

Vediamo di cosa si tratta, come funziona e perché è importante per chi investe.

Che cos’è il VIX?

Il VIX (Volatility Index) è un indice creato dal CBOE (Chicago Board Options Exchange) nel 1993 per misurare la volatilità implicita attesa nei prossimi 30 giorni dell’indice azionario americano S&P 500.
In termini semplici, il VIX ci dice quanto il mercato si aspetta che l’S&P 500 possa oscillareal rialzo o al ribassonel breve periodo. Non misura i movimenti passati, ma le aspettative future, calcolate osservando i prezzi delle opzioni su quell’indice.

Perché si chiama “indice della paura”?

Il soprannome “indice della paura” nasce dal comportamento del VIX nei momenti di crisi:
quando gli investitori sono preoccupati, acquistano più opzioni per proteggere i portafogli. Questo fa salire i prezzi delle opzioni — e, di conseguenza, il valore del VIX.
Viceversa, nei periodi di stabilità, la domanda di copertura si riduce e il VIX tende a scendere.
Esempi storici:

  • Nel 2008, durante il crollo di Lehman Brothers, il VIX superò quota 80.
  • A marzo 2020, con l’esplosione della pandemia da Covid-19, il VIX tornò su livelli analoghi.
  • In periodi di relativa calma, il VIX si mantiene tipicamente tra 12 e 25.

Cosa misura davvero il VIX?

Il VIX non predice se i mercati saliranno o scenderanno. Misura semplicemente la magnitudo del movimento atteso, cioè quanto gli operatori ritengono che l’S&P 500 possa muoversi (in qualsiasi direzione).
Un VIX basso indica un mercato “rilassato”, ma non per forza destinato a salire.
Un VIX alto segnala “tensione”, ma non garantisce un crollo imminente.

Come viene calcolato?

Il VIX si basa sui prezzi delle opzioni OTM (out of the money) sull’S&P 500 con scadenze comprese tra 23 e 37 giorni. Il CBOE utilizza una formula matematica che tiene conto della volatilità implicita di una gamma di opzioni, pesandole opportunamente.

Volatilità implicita = quanto gli operatori “pagano” per proteggersi da movimenti futuri → maggiore è il prezzo delle opzioni, maggiore è la volatilità attesa.
Dal 2003, la metodologia di calcolo è stata aggiornata per riflettere in modo più preciso l’intera curva delle opzioni disponibili.

Cosa ci dice (e cosa non ci dice) il VIX

Ci dice:

  • Il livello di incertezza percepita dai partecipanti al mercato.
  • Se il sentiment è orientato alla stabilità o al nervosismo.
  • Quanto le prossime settimane potrebbero essere turbolente.

Non ci dice:

  • Se i mercati saliranno o scenderanno.
  • Qual è la causa dell’incertezza (serve il contesto macro).
  • Se il rischio percepito è fondato o frutto di eccesso emotivo.

Come può essere utile all’investitore?

Conoscere e monitorare il VIX può essere utile per:

  • Capire il contesto emotivo del mercato e non farsi travolgere dalle notizie.
  • Valutare il timing di alcune scelte, come l’ingresso o l’uscita graduale da investimenti
  • azionari.
  • Considerare strategie di copertura o diversificazione durante fasi di alta volatilità.
  • Interpretare correttamente la volatilità come componente normale del mercato, non solo
  • come minaccia.

Attenzione: non è possibile investire direttamente nel VIX. Tuttavia esistono strumenti finanziari derivati che lo replicano (come i futures sul VIX o ETF/ETN collegati alla volatilità). Sono strumenti complessi e adatti solo a investitori molto consapevoli.

Bonus: VIX e volatilità realizzata

Una precisazione importante: il VIX misura la volatilità attesa, non quella effettivamente realizzata. Talvolta le due possono divergere significativamente. Per questo motivo il VIX va interpretato come un termometro dell’umore degli investitori, più che come una “profezia”.

Conclusione

Il VIX è uno degli strumenti più utili per chi vuole interpretare i mercati in chiave consapevole. Non dice cosa accadrà, ma ci dice quanto i mercati temono che qualcosa possa accadere.

Capirlo e saperlo leggere consente all’investitore di non farsi condizionare dall’emotività collettiva, e di costruire strategie più equilibrate nel tempo.

Il debito pubblico statunitense ha raggiunto livelli storici senza precedenti, sia in termini assoluti che in rapporto al PIL. Con una dinamica di rifinanziamento sempre più onerosa, il recente downgrade del rating sovrano da parte di Moody’s il 16 maggio 2025 rappresenta un evento spartiacque. In un contesto globale sempre più sensibile al rischio, si rafforzano i timori su stabilità fiscale, credibilità politica e fiducia internazionale.

Debito pubblico USA: tra downgrade, rifinanziamento e sfiducia dei mercati

Il debito pubblico statunitense ha raggiunto livelli storici senza precedenti, sia in termini assoluti che in rapporto al PIL. Con una dinamica di rifinanziamento sempre più onerosa, il recente downgrade del rating sovrano da parte di Moody’s il 16 maggio 2025 rappresenta un evento spartiacque. In un contesto globale sempre più sensibile al rischio, si rafforzano i timori su stabilità fiscale, credibilità politica e fiducia internazionale.

Un debito fuori scala: 34.000 miliardi di dollari e oltre

Nel 2025 il debito federale degli Stati Uniti ha superato i 34.000 miliardi di dollari, portando il rapporto debito/PIL oltre il 120%. Le principali cause di questa crescita esponenziale sono:

  • politiche espansive pluridecennali,
  • riduzioni fiscali non compensate da tagli di spesa,
  • interventi straordinari durante crisi finanziarie e pandemiche,
  • l’inerzia strutturale dei programmi di welfare.

Questa massa debitoria richiede un costante rifinanziamento, con emissione continua di nuovi titoli del Tesoro, molti dei quali a breve o media scadenza. Il rialzo dei tassi d’interesse operato dalla Federal Reserve tra il 2022 e il 2024 ha reso questo rifinanziamento sempre più costoso.

Il downgrade di Moody’s: la caduta della tripla A

Il 16 maggio 2025, l’agenzia Moody’s ha declassato il rating del debito sovrano degli Stati Uniti da Aaa ad Aa1, con outlook negativo. Si tratta dell’ultimo anello di una catena iniziata nel 2011 con S&P e proseguita nel 2023 con Fitch. Ora anche l’ultima “tripla A” è caduta.

Tra le motivazioni indicate da Moody’s:

  • L’assenza di un piano credibile di contenimento del debito;
  • Il continuo ricorso al debito per finanziare la spesa corrente, in un contesto di rallentamento economico;
  • Le tensioni politiche ricorrenti legate al tetto del debito, che generano incertezza sui mercati;
  • L’aumento strutturale degli interessi passivi, che nel 2025 supereranno i 1.200 miliardi di dollari annui.

Il downgrade è un segnale forte: anche il debito americano può perdere lo status di investimento privo di rischio.

Tassi alti e rifinanziamento: un equilibrio sempre più precario

I titoli del Tesoro USA a 10 anni offrono oggi rendimenti tra 4,5% e 5%, ben superiori rispetto al decennio passato. Questa normalizzazione dei tassi, da un lato, riflette il ritorno a condizioni monetarie meno espansive, ma dall’altro mette sotto pressione il bilancio federale.

Le conseguenze principali sono:

  • Costo crescente del nuovo debito: ogni punto percentuale in più si traduce in decine di miliardi di interessi in più.
  • Rischio di spirale deficit-interessi: più spesa per interessi, meno margine per servizi pubblici e investimenti.
  • Maggiore vulnerabilità a shock esterni: geopolitici, finanziari o legati alla domanda di titoli.

Strategie possibili tra Tesoro e Federal Reserve

Di fronte a questa situazione, il governo e la Federal Reserve possono adottare alcune contromisure, seppur con margini sempre più stretti.

1. Allungamento delle scadenze

Il Tesoro può cercare di emissione titoli a lunga durata per bloccare i tassi odierni su orizzonti più estesi. Tuttavia, questo comporta costi immediati maggiori, poco appetibili in fase di alta spesa.

2. Consolidamento fiscale

La strategia strutturale prevederebbe:

  • revisione delle agevolazioni fiscali,
  • contenimento della spesa obbligatoria (Social Security, Medicare),
  • razionalizzazione della spesa militare e discrezionale.

Ma il blocco politico in Congresso rende improbabile una riforma di ampio respiro nel breve termine.

3. Politica monetaria più accomodante

La Federal Reserve potrebbe intervenire con:

  • un taglio dei tassi, se le condizioni macroeconomiche lo consentiranno;
  • un ritorno al quantitative easing, sostenendo direttamente il mercato dei Treasury.

Tuttavia, ciò comporterebbe il rischio di riaccendere l’inflazione e alimentare dubbi sulla neutralità della Fed.

Fiducia internazionale in calo

Un fattore cruciale è rappresentato dalla posizione degli investitori esteri, che detengono circa un terzo del debito federale. Paesi come Giappone, Cina, Regno Unito e Irlanda sono tra i principali creditori.

Negli ultimi anni, si osservano tendenze preoccupanti:

  • La Cina ha ridotto le proprie riserve in titoli USA, anche per motivi geopolitici;
  • Le banche centrali stanno diversificando le proprie riserve, puntando su oro, valute alternative e asset reali;
  • La percezione del dollaro come “bene rifugio” non è più assoluta.

Una contrazione strutturale della domanda estera di Treasury comporterebbe:

  • aumento della dipendenza dagli investitori domestici,
  • pressione sui rendimenti,
  • rischio di shock valutario sul dollaro.

Conclusioni: il credito illimitato non è più garantito

Per decenni, gli Stati Uniti hanno beneficiato di una fiducia globale illimitata, grazie alla loro stabilità politica, alla forza del dollaro e al peso dell’economia americana nel mondo. Il downgrade di Moody’s del 16 maggio 2025 rappresenta una svolta simbolica e sostanziale: il mercato inizia a considerare il debito USA come esposto a rischi concreti.


Senza una svolta nella gestione fiscale e nella coesione politica interna, gli Stati Uniti potrebbero avviarsi verso un’erosione progressiva del proprio primato finanziario globale. Il tempo per correggere la rotta non è ancora scaduto, ma lo spazio di manovra si restringe.

Quando si parla di investimenti, la parola d’ordine è “diversificazione”. Ma non basta “mettere le uova in più panieri”: è fondamentale anche capire quando e dove spostarle, a seconda delle condizioni di mercato. Qui entra in gioco un concetto affascinante e molto usato dai professionisti: il portafoglio rotazionale.

Cosa sono i portafogli rotazionali? Una guida semplice per capire una strategia intelligente di investimento

Quando si parla di investimenti, la parola d’ordine è “diversificazione”. Ma non basta “mettere le uova in più panieri”: è fondamentale anche capire quando e dove spostarle, a seconda delle condizioni di mercato. Qui entra in gioco un concetto affascinante e molto usato dai professionisti: il portafoglio rotazionale.

Cos’è un portafoglio rotazionale?

In parole semplici, un portafoglio rotazionale è una strategia che cambia periodicamente la composizione degli investimenti, selezionando i settori, le asset class o i titoli che mostrano le migliori prospettive nel breve o medio periodo.

Immagina il tuo portafoglio come una squadra sportiva: non puoi far giocare sempre gli stessi giocatori, indipendentemente dalla partita o dalla loro forma fisica. I portafogli rotazionali funzionano proprio così: osservano le “prestazioni” recenti di vari strumenti finanziari e fanno “entrare in campo” quelli che stanno mostrando segnali di forza, mettendo in panchina (o vendendo) quelli più deboli.

Come funziona nella pratica?

La logica alla base è quella del momentum, ovvero il principio secondo cui un asset che ha performato bene di recente ha maggiori probabilità di continuare a farlo anche nel prossimo futuro. Ovviamente non si tratta di magia, ma di probabilità statistica.
Un gestore o un investitore che utilizza un portafoglio rotazionale, ogni mese o ogni trimestre, rivede la composizione del portafoglio sulla base di criteri oggettivi, ad esempio:

  • l’andamento recente degli ETF settoriali (tecnologia, energia, sanità…),
  • la performance relativa tra azioni e obbligazioni,
  • l’interesse verso determinati Paesi o aree geografiche.

In base a questi dati, ruota le posizioni: vende ciò che ha perso slancio e compra ciò che sembra in crescita.

Quali sono i vantaggi?

  • Adattabilità ai mercati: i portafogli rotazionali non restano fermi a subire i cicli economici, ma si adattano in modo dinamico.
  • Disciplina operativa: le scelte non sono lasciate all’istinto, ma seguono regole prestabilite.
  • Possibile riduzione del rischio: pur cercando rendimenti superiori, questa strategia può evitare di restare esposti troppo a lungo ad asset in calo.

E i rischi?

Come tutte le strategie attive, anche quella rotazionale non è infallibile. Ci sono fasi di mercato in cui i segnali sono meno chiari, oppure in cui le rotazioni avvengono troppo spesso, generando costi eccessivi o scelte inefficaci. Inoltre, richiede un minimo di esperienza o l’affidamento a strumenti automatici ben progettati, come certi fondi o robo-advisor.

A chi è adatta questa strategia?

Il portafoglio rotazionale non è solo per esperti. Esistono oggi soluzioni semplici che applicano questa logica anche per piccoli risparmiatori, con trasparenza e costi contenuti. Tuttavia, è importante comprenderne la natura: non è una strategia “buy and hold” (compra e tieni), ma una scelta attiva che richiede di accettare l’idea di “cambiare cavallo” con regolarità.

In conclusione

I portafogli rotazionali sono una risposta intelligente alla volatilità e all’imprevedibilità dei mercati. Dietro c’è logica, disciplina e conoscenza dei cicli finanziari. Per chi vuole fare un passo in più rispetto all’investimento passivo, con gli strumenti e le informazioni giuste, rappresentano una via potenzialmente efficace per far crescere il proprio capitale.