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La fiscalità nei portafogli: come incide davvero sui rendimenti

Quando si costruisce e gestisce un portafoglio di investimenti, la fiscalità è un elemento spesso sottovalutato ma che, nel lungo periodo, può influire in modo significativo sulle performance complessive. Conoscere i diversi regimi fiscali e le regole di compensazione tra guadagni e perdite è fondamentale per evitare inefficienze e ottimizzare i risultati.
I tre regimi fiscali principali
In Italia esistono tre regimi fiscali per gli investimenti:
- Regime amministrato
È il più diffuso. In questo caso l’intermediario (banca o broker) calcola e versa direttamente le imposte. Ad esempio, se si riceve un dividendo di 200 euro da un’azione italiana, l’intermediario trattiene il 26% (52 euro) e accredita sul conto i restanti 148 euro. La tassazione è immediata e non è necessario riportare l’operazione nella dichiarazione dei redditi.
Un aspetto importante: per compensare automaticamente guadagni e perdite, l’ordine di vendita conta. Vendere prima l’investimento in perdita e poi quello in guadagno permette di compensare subito le minusvalenze ed evitare di pagare imposte inutilmente. Fare l’opposto può generare un costo fiscale evitabile.
- Regime dichiarativo
Qui è l’investitore a inserire i dati nella dichiarazione dei redditi.
Il vantaggio è che la compensazione tra guadagni e perdite può essere effettuata a fine anno, senza vincoli sull’ordine di vendita. Lo svantaggio è la maggiore complessità burocratica, spesso gestita tramite commercialista o CAF.
- Regime gestito
È il regime fiscalmente e finanziariamente meno efficiente e riguarda soprattutto le gestioni patrimoniali. I motivi sono due, ma entrambi molto incisivi:
- Perdita della forza dell’interesse composto: la tassazione avviene sul guadagno maturato, non su quello effettivamente realizzato. Significa che ogni anno una parte del rendimento viene prelevata dal fisco prima ancora che possa essere reinvestita, riducendo drasticamente la capacità del capitale di crescere nel tempo. Nel lungo periodo, questa erosione può fare la differenza tra un portafoglio in forte crescita e uno che fatica a superare l’inflazione.
- Costi di gestione elevati: le gestioni patrimoniali hanno commissioni annue in media pari all’1,72% (fonte: Mediobanca Securities, 1 febbraio 2023 – Italian Asset Gatherers.), a cui si aggiungono spesso costi impliciti legati agli strumenti utilizzati. Nella maggior parte delle gestioni patrimoniali offerte da banche e reti, anche tra le più rinomate, in particolare quelle basate su fondi di investimento, il livello complessivo dei costi supera spesso il 2,50%, con punte che, nei casi più estremi, possono avvicinarsi al 4,00%.
Queste spese si sommano alla tassazione anticipata, generando un “doppio freno” alla crescita del capitale.
In relazione a questo regime fiscale, è opportuno richiamare l’attenzione sulle polizze Unit Linked, uno strumento ampiamente utilizzato da banche, reti e Poste Italiane, pertanto largamente diffuso nei portafogli di clienti privati e imprese.
Le polizze Unit Linked, pur essendo anch’esse strumenti gestiti da un intermediario, hanno una caratteristica fiscale differente: la tassazione viene applicata solo in caso di riscatto, e non sul guadagno maturato anno per anno. Sotto questo aspetto, risultano più efficienti rispetto alle gestioni patrimoniali perché permettono al capitale di beneficiare pienamente dell’interesse composto fino al momento del disinvestimento.
Tuttavia, questa efficienza fiscale è spesso neutralizzata dai costi annui molto elevati, che in alcuni casi superano ampiamente il 5,00%. Commissioni di questa entità possono erodere in modo significativo il rendimento nel medio-lungo periodo, rendendo il prodotto poco competitivo, specialmente se confrontato con soluzioni di investimento più trasparenti e a basso costo.
Il risultato è che, sia nel regime gestito tradizionale sia con molte polizze Unit Linked, l’investitore rischia di vedere gran parte del rendimento lordo assorbito da costi e, nel caso delle gestioni patrimoniali, anche da una fiscalità anticipata.
Redditi diversi e redditi di capitale
Il reddito generato da uno strumento finanziario può appartenere a due categorie fiscali:
- Redditi diversi: possono essere compensati tra loro (guadagni e perdite).
- Redditi di capitale: non possono essere compensati con altri redditi.
Questa distinzione è cruciale, perché determina la possibilità o meno di recuperare fiscalmente le perdite.
STRUMENTO FINANZIARIO | TIPOLOGIA REDDITO | COMPENSAZIONE |
Azioni (Capital Gain) | diversi | sì |
Azioni (dividendo) | di capitale | no |
Obbligazioni (Capital Gain) | diversi | sì |
Obbligazioni (cedole) | di capitale | no |
ETF (Capital Gain) | di capitale | no |
ETF (cedole) | di capitale | no |
Fondi (Capital Gain) | di capitale | no |
Fondi (cedole) | di capitale | no |
Certificati (Capital Gain) | diversi | sì |
Certificati (cedole) | diversi | sì |
ETC (Capital Gain) | diversi | sì |
Futures – Opzioni (Capital Gain) | diversi | sì |
Esempio pratico:
Un ETF genera un guadagno di 2.400 euro (reddito di capitale) e un altro ETF una perdita di 1.200 euro (reddito diverso). Non è possibile compensare i due risultati: si pagherà il 26% sul guadagno dell’ETF vincente (624 euro) e la perdita resterà nello “zainetto fiscale” per un massimo di quattro anni, in attesa di poter essere compensata con futuri redditi diversi.
L’uso strategico della compensazione fiscale
Un caso utile: acquistare un certificato che paga cedole mensili. Se si dispone di minusvalenze pregresse nello “zainetto fiscale”, le cedole (redditi diversi) possono essere utilizzate per assorbirle. Ad esempio, con una minusvalenza di 800 euro, le prime 16 cedole da 50 euro andrebbero a ridurla completamente. Solo dopo si inizierebbe a pagare il 26% sulle cedole successive.
Aliquote di tassazione
In generale, la tassazione è del 26%.
Fanno eccezione i titoli di Stato italiani e gli strumenti equiparati, che godono dell’aliquota ridotta al 12,5%.
Rientrano in questa categoria:
- Titoli di Stato italiani (BTP, BOT, CCT, ecc.).
- Obbligazioni emesse da enti sovranazionali come BEI (Banca Europea per gli Investimenti), BIRS (Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo), BERD (Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo).
- Obbligazioni di organismi internazionali cui aderisce l’Italia, come il Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (EFSF) o il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).
- Titoli emessi da enti territoriali italiani (Regioni, Province, Comuni) se assimilati ai titoli di Stato.
- Titoli di Stato esteri emessi da Paesi appartenenti alla white list del MEF, cioè quelli che garantiscono un adeguato scambio di informazioni fiscali con l’Italia (es. Bund tedeschi, OAT francesi, Bonos spagnoli, Treasury USA, Gilt britannici, ecc.).
Esempio: un guadagno di 3.000 euro su un BTP verrebbe tassato al 12,5% (375 euro). Lo stesso guadagno su un’obbligazione bancaria sarebbe tassato al 26% (780 euro).
Tassazione intermedia per strumenti con sottostanti misti
Non tutti gli strumenti rientrano in maniera netta nella tassazione al 26% o al 12,5%.
Esistono infatti prodotti — come ETF obbligazionari, fondi comuni o certificati — che investono in panieri di titoli composti sia da strumenti tassati al 26% sia da strumenti tassati al 12,5%.
In questi casi, l’aliquota applicata al cliente non è una delle due “piene”, ma una tassazione media ponderata in base alla composizione del portafoglio.
Esempio pratico:
- Un ETF obbligazionario ha il 60% del portafoglio in titoli di Stato italiani e il 40% in obbligazioni corporate.
- La parte in titoli di Stato è tassata al 12,5%, la parte in corporate al 26%.
- L’aliquota effettiva applicata al guadagno dell’ETF sarà quindi una media ponderata:
(60% × 12,5%) + (40% × 26%) = 17,9%.
Questa particolarità può rendere alcuni strumenti più vantaggiosi dal punto di vista fiscale rispetto ad altri con rendimenti lordi simili, ma con tassazione interamente al 26%. Per questo motivo, nella selezione degli strumenti è importante analizzare la composizione del portafoglio sottostante, soprattutto in ottica di ottimizzazione del rendimento netto.
Perché diversificare anche dal punto di vista fiscale
Molti portafogli proposti dalle banche sono composti quasi esclusivamente da fondi comuni, fiscalmente poco efficienti perché le perdite non sono compensabili. Una gestione attenta prevede di inserire strumenti che producano anche redditi diversi — come azioni, certificati e obbligazioni — per ampliare le possibilità di recupero delle minusvalenze.
Un approccio efficace è il modello Core Satellite:
- Core: la parte centrale e strategica del portafoglio, costruita con ETF diversificati.
- Satellite: una parte più tattica, formata da singole azioni, obbligazioni e certificati selezionati, utile anche per migliorare l’efficienza fiscale.
Conclusione
La fiscalità non è un aspetto accessorio ma una leva importante per ottimizzare i rendimenti di un portafoglio.
Tra i tre regimi, il gestito è di gran lunga il più penalizzante: tassa i guadagni prima che possano generare nuovo rendimento e impone costi annui rilevanti che si accumulano nel tempo. Le polizze Unit Linked, pur avendo un trattamento fiscale più favorevole in termini di tempistica, spesso presentano costi talmente alti da annullare gran parte dei benefici.
Un investitore consapevole deve conoscerne i limiti e valutare attentamente se vale davvero la pena adottarli.