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Insights

Giappone: un gigante del debito di fronte a un delicato cambio di rotta monetaria

16/08/2025

Giappone: un gigante del debito di fronte a un delicato cambio di rotta monetaria

Massimiliano Silla

Alla fine di marzo 2025, il debito pubblico giapponese ha raggiunto livelli storici: oltre 2.300 miliardi di yen, pari al 234,9% del PIL. Un primato che si accompagna a una caratteristica peculiare: gran parte di questo debito è detenuto all’interno del Paese. La Banca del Giappone (BoJ) ne possiede circa il 46,3%, mentre assicurazioni e banche giapponesi detengono rispettivamente il 15,6% e il 14,5%.

Questa configurazione ha finora garantito una certa stabilità, ma sta diventando più fragile man mano che la BoJ riduce il proprio ruolo di acquirente principale di titoli di Stato.

La fine dell’era della liquidità facile

Per anni la BoJ ha sostenuto l’economia acquistando massicciamente JGB (Japanese Government Bonds), mantenendo bassi i tassi di interesse. Ora però sta procedendo a una riduzione graduale degli acquisti: circa 400 miliardi di yen in meno ogni trimestre, con un ulteriore rallentamento del “tapering” previsto dal 2026.

Questa scelta mira a “normalizzare” il mercato obbligazionario, ma comporta effetti immediati: più titoli in vendita, meno domanda e rendimenti in salita. Le aste dei titoli a 40 anni hanno registrato una domanda insolitamente debole, con un rapporto tra richieste e offerta sceso a 2,2, il livello più basso da luglio 2024. I rendimenti sui titoli ultra-lunghi sono ora ai massimi da decenni: 3,6% per il 40 anni, vicino al 2,9% per il trentennale.

Una fragilità che ricorda il “caso Regno Unito”

Secondo Barclays, la parte ultra-lunga del mercato dei JGB è quella più vulnerabile. La domanda debole, l’assenza di organi di controllo fiscali indipendenti e il peso crescente degli investitori stranieri — che pur detenendo solo il 6–12% del debito sono molto attivi nel trading — creano terreno fertile per shock improvvisi.

Il paragone che preoccupa è quello con il “gilt crash” del 2022 nel Regno Unito, quando un crollo di fiducia fece impennare i rendimenti e mise in crisi i fondi pensione britannici.

Un problema che va oltre i confini giapponesi

L’aumento dei tassi in Giappone non è un affare solo domestico. Un rialzo marcato può minacciare il “yen carry trade”, una strategia finanziaria basata su prestiti in yen a basso costo per investire in attività più redditizie all’estero. Se i tassi giapponesi continuassero a salire, capitali oggi parcheggiati in mercati come quello americano potrebbero rientrare rapidamente, innescando turbolenze globali.

Il nodo della sostenibilità fiscale

Il Fondo Monetario Internazionale avverte che, se i tassi dovessero rimanere elevati, il costo per interessi sul debito giapponese potrebbe raddoppiare entro il 2030. Ciò costringerebbe il governo a destinare risorse crescenti solo per il servizio del debito, riducendo la capacità di spesa per altri settori strategici.

Questo rende urgente una strategia di gestione del debito che non si limiti a ridurre l’intervento della BoJ, ma sappia anche stimolare una domanda solida da parte di investitori domestici e internazionali.

Politica e banca centrale: un difficile equilibrio

La BoJ si muove in un contesto politico complesso, segnato da incertezza e da leadership fragili. Questo limita la possibilità di manovre rapide e coordinate tra politica monetaria e fiscale.

Il dilemma è chiaro: continuare la normalizzazione della politica monetaria per rafforzare la credibilità della BoJ o mantenere condizioni accomodanti per garantire la stabilità del mercato e la sostenibilità del debito. Una scelta che, in entrambi i casi, comporta rischi elevati.

In sintesi, il Giappone è oggi davanti a un bivio storico: la gestione di un debito pubblico record in un contesto di tassi in aumento richiede equilibrio, coordinamento e una strategia di lungo periodo. Una partita che non riguarda solo Tokyo, ma l’intero sistema finanziario globale.

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